| «L’eccellenza è eccezionalità. Chi insegue la propria passione portando a termine qualcosa è eccezionale.» |
Ludwig Oechslin è maestro orologiaio, archeologo, storico dell’arte e filosofo. Cercare e scoprire: per lui è questa l’essenza della vita. Dalla sua curiosità sono nate complicazioni orologiere davvero uniche, come il Perpétuel Ludwig, Freak e la serie astronomica trilogia del tempo.
Signor Oechslin, cosa si esige da un orologio ai giorni nostri?
Un orologio è innanzitutto un mezzo di comunicazione utile per orientarsi reciprocamente nel tempo. Quindi, in primo luogo deve presentare una ripartizione del giorno in ore, minuti ed eventualmente secondi. Poi deve avere anche una suddivisione calendariale con data, giorno, mese ed eventualmente anno. Oggi, nell’era della globalizzazione, è indispensabile anche la presenza di un secondo fuso orario.
Nell’era di cellulari, computer, Blackberry e organizer di ogni genere, servono ancora gli orologi?
Ma questi sono tutti orologi! Naturalmente, però, se intende un orologio meccanico – no, non ce ne sarebbe più bisogno.
Allora perché spendere soldi tanto denaro per un orologio meccanico?
Chi compra un orologio meccanico desidera indossare qualcosa di bello, anche per distinguersi, mentre chi acquista un complesso orologio astronomico vuole magari mostrare il proprio livello culturale. L’evoluzione dei moderni orologi meccanici, movimento col meccanismo visibile, è chiaramente orientata verso il concetto di gioiello. Il lavoro investito nel movimento ne accresce talmente il valore aggiunto da poter competere con quello di oro e diamanti.
Cosa richiede la fabbricazione di un orologio eccellente?
Finora gli orologi si basavano su movimenti a leva relativamente complessi. Io in genere cerco di utilizzare un componente in modo che possa svolgere più funzioni contemporaneamente. Infatti, quanto minore è il numero di componenti, tanto minori sono le fonti di errore. L’eccellenza risiede nell’eleganza della struttura – e una struttura elegante è pure molto efficiente e semplice.
Lei è considerato un maestro dell’arte orologiera. Com’è arrivato agli orologi?
Da studente ebbi l’occasione di vedere alla fiera dell’arte e dell’antiquariato di Basilea un bell’orologio d’argento con una leva laterale. Azionandola, l’orologio batteva i quarti d’ora e le ore. Rimasi affascinato da ciò che riusciva a comunicare un meccanismo acustico posto in un oggetto così piccolo. Non potevo però permettermi un simile orologio. Decisi così di diventare orologiaio per potermelo costruire da solo. Nel 1977, parallelamente ai miei studi di storia antica, cominciai il mio apprendistato con Jörg Spöring.
Vista la molteplicità dei suoi studi, tra cui astronomia, fisica teorica e matematica, lei è diventato maestro orologiaio per così dire «en passant». Cosa ha inciso maggiormente: il desiderio di apprendere di più sull’astronomia e il mondo antico oppure l’aspetto dell’utilità di questi studi per la sua arte orologiera?
Alla base c’era per così dire un pallino della borghesia colta: l’idea della formazione universale, con la filosofia che ne rappresentava l’apice. Arrivato all’università, volevo fare tutto ma alla fine mi accorsi che scienze naturali e scienze umane erano troppo in contrasto tra loro. Dato che le scienze naturali mi sarebbero riuscite più facili, ho deciso di iniziare con ciò che probabilmente più avanti non avrei più affrontato, e cioè greco, latino, ecc.
Il suo maestro di tirocinio Jörg Spöring, nel settimanale «Weltwoche» racconta che a volte, per ultimare un pezzo, lei era capace di lavorare giorno e notte senza soste. Fanatico del lavoro?
No, non sono uno stacanovista. È vero che tante volte ho lavorato 16-18 ore, dormendo 3-4 ore e poi rimettendomi a lavorare. Ma certo non senza soste; questa è una mistificazione.
Cosa la stimola nel suo lavoro?
La curiosità! Voglio sapere se una determinata cosa riuscirà come me l’ero immaginata. Sono incredibilmente curioso e impaziente. Devo assolutamente lavorare con la massima rapidità e intensità possibile fino a quando la cosa funziona o è finita.
Dopodiché non le interessa più?
In effetti, capita spesso che dopo non mi interessi più. Allora vado avanti con qualcos’altro. Perché devo occuparmi sempre di qualcosa.
È affascinato dal nuovo, da ciò che lei stesso deve scoprire?
Sì, è l’aspetto migliore della vita!
Lei parla di orologi come strumenti di comunicazione. Cosa intende?
Cos’altro è un orologio? Io lo guardo, dico che mancano cinque minuti alle cinque, e l’altro capisce ciò che intendo o magari mi dice che no, che il mio orologio va avanti o indietro.
Ma l’orologio è un segnatempo, no?
No, non lo è affatto. Nell’uso quotidiano, l’orologio è un puro e semplice mezzo di comunicazione reciproca. È anche per questo che è normalizzato. Se si vuole definire un orologio in quanto tale, bisogna definirlo come due sequenze di eventi che sono collegate e si misurano reciprocamente.
Può spiegarci meglio il concetto?
Dal sole e dalla luna hanno origine varie sequenze di eventi ciclici: giorno e notte, fasi lunari, stagioni. Il giorno è basilare. Di per sé non è quindi necessario contare i giorni, ma lo diventa se per esempio si vuole incontrare qualcuno di lì a cinque giorni. Fino al Medioevo non si avevano sequenze di eventi più brevi del giorno. Solo con la scoperta del moto oscillatorio isocrono del pendolo si è giunti a uno strumento capace di generare serie di eventi più piccole e misurabili, e quindi si è anche potuto suddividere il giorno.
Nell’antichità i greci misuravano il tempo mediante tavole d’ombra in cui determinati orari della giornata venivano associati alla lunghezza dell’ombra proiettata dal corpo.
Sì, ma il sole non splendeva ovunque, quindi erano orologi piuttosto approssimativi. Ecco perché è importante disporre di una sequenza di eventi che offra un affidabile metro di riferimento. È una convenzione. Ed è allora che l’orologio diventa uno strumento di comunicazione.
Già nel suo apprendistato di orologiaio lei era considerato talmente dotato che il suo maestro di tirocinio la propose per il restauro dell’orologio Farnesiano del Vaticano (1979/1980). Come ci è riuscito?
L’orologio Farnesiano è una macchina astronomica estremamente complessa risalente agli inizi del 18° secolo. Per la preparazione, il restauro e la revisione ho dovuto studiare a fondo i dati storici inerenti a cosmologia, astronomia e quant’altro. Per evitare di dover smontare ripetutamente l’orologio Farnesiano, l’ho misurato con la massima precisione possibile. L’ho scomposto completamente e poi ne ho fotografato ogni singolo componente da ogni lato su carta millimetrata. Con questa «fotoplanimetria» ora è possibile rilevare l’intero orologio.
Oggi l’orologio funziona?
Ero riuscito a metterlo in moto ma adesso non funziona. Volutamente. Un simile orologio sarebbe solo esposto al logorio del tempo e si distruggerebbe da solo. L’ho riportato a un buono stato di conservazione e ora è esposto.
Come direttore del Museo Internazionale dell’Orologeria (MIH) lei è circondato anche da orologi molto rari e preziosi. Quali sono i pezzi più affascinanti esposti a La Chaux-de-Fonds?
L’Astrario di Giovanni de Dondi, ad esempio. La sua ricostruzione è affascinante, essendo opera di un altro storico che si è basato su documenti dell’epoca. Oppure un planetario di François Ducommun-dit-Baudry, una vera meraviglia, con il mappamondo celeste apribile in due metà, mettendo così in evidenza l’intero planetario.
Nel 2001, quando passò al MIH, in un’intervista sul giornale Le Temps affermò che intendeva collezionare pezzi storici e analizzare la storia sociale che racchiudevano. È riuscito a farlo?
In parte sì; anzi, in maggior parte. Insieme a Claude-Alain Künzi, nell’ambito di un progetto del Fondo nazionale svizzero, ho cercato per qualche tempo di intervistare tutti coloro che ci hanno regalato qualcosa. Sebbene si tratti in parte di oggetti molto semplici, si può così far vedere quale valore possono rivestire in un contesto più ampio. Ho poi trovato sul mercato oggetti di cui sapevo che avevano una storia.
Per esempio?
L’orologio geografico costruito dall’orologiaio Zacharias Landeck in base ai progetti di Johann Baptista Homann. È il primo orologio universale e si trovava raffigurato su una grande incisione. Vi hanno fatto riferimento tutti gli orologi universali successivi, ma non si sapeva più dove fosse andato a finire. Un bel giorno eccolo ricomparire in un’asta pubblica. Non avevamo denaro, ma offrimmo il minimo e riuscimmo ad averlo!
Un colpo di fortuna o c’era dietro qualcos’altro?
Ci siamo ritrovati in un colpo solo con l’orologio universale originale, progenitore di tutti gli orologi universali, e la relativa incisione. In effetti mi sono chiesto come mai eravamo riusciti ad averlo. Ne ho parlato con il mio collega del Museo tedesco dell’orologio a Furtwangen, il quale mi ha detto che anche loro l’avevano visto a quell’asta, ma che alla fine avevano concluso che gran parte dell’orologio era un falso.
Cos’ha fatto allora?
Ho riesaminato l’orologio con maggiore attenzione. È costruito in modo relativamente rudimentale, una cosa oggi assolutamente inconcepibile. Si è quindi pensato che si trattasse di una contraffazione. Ma va anche detto che a quei tempi si era agli inizi dell’arte orologiera e questo spiega la sua struttura. È davvero autentico.
Sono molti i falsi in circolazione sul mercato degli orologi meccanici?
Tutto può essere falso. Nel 1987 avuto ebbi l’occasione di esaminare un movimento d’orologio, un capolavoro classico proveniente da Norimberga. Nel 2004, a un’asta, uscì il nome di Johann Wolffgang Hartich, quello che figura sul retro del suddetto meccanismo. Incuriosito, confrontai le mie fotografie con quelle dell’asta. Inizialmente i due orologi sembravano simili, ma poi constatai che il movimento racchiuso nella cassa era proprio quello che avevo esaminato – solo che nel 1987 questo movimento non aveva una cassa. Il fatto che io disponessi di quella documentazione e quindi abbia potuto dimostrare che si trattava di un falso è una fortuna che capita di rado.
In cosa risiede il fascino esercitato dagli orologi d’epoca e da collezione?
Questo deve chiederlo ai collezionisti. Uno può essere attratto da un personaggio come Philipp Matthäus Hahn e quindi desiderare i suoi orologi, un altro si entusiasma per la raffinatezza della lavorazione e apprezza solo gli aspetti tecnici, mentre a un altro ancora interessa solo la raffinatezza dei calendari.
E lei da che cosa è affascinato?
Ciò che mi affascina maggiormente è il contesto teorico di un orologio, un aspetto tutt’altro che semplice. Un orologio può anche essere poco appariscente, ma se presenta una struttura elegante allora mi rendo conto dell’enorme lavoro che cela. Quanto più elegante e semplice è un meccanismo, tanto maggiore è il lavoro di riflessione e di sintesi che vi ha profuso il suo autore.
Secondo lei, qual è l’orologio perfetto?
Quello che presenta la maggiore semplicità di funzionamento e che ciononostante indica l’ora con estrema chiarezza e univocità. Considero per esempio l’ETA 2892 (un movimento meccanico con carica automatica) una delle realizzazioni più eleganti e perfette.
«Ciò che mi interessa è realizzare il cosmo». Cosa intendeva con queste parole?
In linea di principio, l’orologio che portiamo al polso è un modellino della Terra. Un orologio ci permette di seguire la rotazione terrestre, rendendola concretamente percepibile. Anche se il quadrante di 12 ore rappresenta solo metà della rotazione terrestre, un orologio rimane pur sempre un modellino della Terra. E questo è un cosmo che si porta al polso.
Lei mette la Terra e il cosmo sullo stesso piano?
La Terra fa parte del cosmo. Senza un riferimento al sole e alle stelle, il nostro pianeta potrebbe ruotare come vuole, non vi sarebbe alcun cosmo e alcuna rotazione terrestre. Il riferimento è appunto il cosmo.
Fino a dove arriva il sistema di riferimento?
Di notte è sempre l’intero firmamento, dove però i pianeti sono gli indicatori meno attendibili. Le stelle fisse invece sono affidabili.
Da un lato lei vuole riprodurre il cosmo, dall’altro sogna di fabbricare un orologio semplice: un’apparente contraddizione?
Quello che si riproduce è solo il rapporto tra la rotazione terrestre e queste stelle. Una contraddizione? No, perché la semplicità è in ogni caso la qualità più difficile da raggiungere. La semplificazione comporta un incredibile lavoro di sintesi.
Nel 2006 la rivista specializzata Chronos scriveva con tono esultante: Oechslin colpisce ancora. Per il MIH lei aveva realizzato un orologio semplice ma geniale. Qual è la storia di questo orologio senza marca, che non porta grandi guadagni a nessuno?
In un primo tempo lo si voleva brevettare, ma io ero contrario. Noi siamo un’istituzione pubblica, quindi mettiamo l’orologio a disposizione del pubblico. Fui avvicinato da Embassy. Attraverso la collaborazione con il nostro museo, Embassy voleva aumentare il proprio prestigio e noi volevamo arrotondare il nostro bilancio. Ne risultò un sistema di «donazione»: venne pattuito per contratto che per ogni orologio venduto, il museo avrebbe percepito 700 franchi da devolvere allo studio, alla conservazione e al restauro di pezzi da collezione.
Un capolavoro dell’arte orologiera è l’orologio Türler, alto 2,20 m, che lei ha creato in nove anni assieme al suo maestro di tirocinio Spöring e a Franz Türler. L’orologio racchiude tra l’altro un planetario, nel quale la sferetta di Plutone viaggerà per 247 anni sul suo disco prima di tornare nella posizione in cui si trova oggi. Come si arriva a una cosa talmente fantastica?
Nel 1987, quando il signor Türler si presentò a Spöring esprimendo il desiderio di realizzare l’opera più grande, più bella e più perfetta in assoluto, io dissi: vuole qualcosa che non esiste. Però era una sfida. Partendo dalla Trilogia del Tempo, proposi di perfezionare il progetto offrendone una visione più grandiosa di tutti gli aspetti. L’orologio Türler comprende cinque rappresentazioni: l’orizzonte visto dalla Terra, corrispondente all’Astrolabium; l’intero sistema planetario fino a Plutone con il Planetarium; le posizioni di riferimento di Terra, Sole e Luna con il Tellurium; il mappamondo che indica esattamente le eclissi solari e lunari nel formato più ridotto possibile e un calendario completo che funzionerà correttamente per migliaia di anni.
A coronamento dell’opera, sull’orologio lei fa compiere al firmamento una rotazione ogni 25 800 anni. Ma funzionerà ancora a quel tempo?
No, e non è nemmeno necessario. Si tratta di un’affermazione assoluta che non ha nulla a che fare con quella relativa. In quell’epoca l’orologio sarà ovviamente distrutto già da parecchio tempo, ma in termini assoluti il movimento funziona con la massima precisione.
Passiamo dai grandi valori agli aspetti economici. Qual è la situazione odierna dell’industria orologiera svizzera?
Nel corso degli anni 80 e in particolare negli anni 90 sono nuovamente emersi giovani creativi che hanno riportato la raffinatezza artigianale al suo antico splendore.
Quali sono gli orientamenti generali?
Il classico orologio meccanico da polso non può competere con un orologio al quarzo se si vuole avere un puro mezzo di comunicazione. La grande impresa dell’industria svizzera consiste nell’aver saputo ridare il giusto valore, anche di mercato, alla qualità di manifattura di un prodotto della micromeccanica.
Un orologio di lusso oggi può costare anche oltre un milione di franchi. Dove risiede il valore d’uso per l’acquirente?
Non si paga l’orologio ma il lifestyle. L’orologio è ormai sempre più un gioiello ed è proprio questa l’opportunità che l’industria orologiera deve saper cogliere. Si ha bisogno di un gioiello almeno quanto del pane, è un bisogno fondamentale.
Una delle sue tesi è che «il tempo in sé non esiste». Tuttavia, come orologiaio lei tenta di misurare il tempo. Come si può misurare qualcosa di inesistente?
L’uso linguistico non è preciso. Non si può misurare il tempo, perché esso non esiste. L’orologio è un generatore di una sequenza di eventi che si mettono in rapporto con altri eventi nella vita. Gli eventi si possono contare, e quindi si può dire: un certo numero di eventi rappresentano un’ora.
Ognuno percepisce il tempo in modo diverso.
Sì, è ovvio; un evento diventa reale solo quando ci si mette d’accordo sulla sua definizione. Solo allora.
Quindi il tempo è espressione del consenso dell’umanità?
Assolutamente. L’orologio è un consenso dell’umanità assolutamente globale. E il consenso è indispensabile per sopravvivere, altrimenti tutto sprofonderebbe nel caos.
Cosa rappresenta per lei la tradizione?
Nell’industria orologiera la tradizione ha creato eccellenti standard qualitativi per le tecniche di lavorazione artigianali. A parte questo, io tengo alla tradizione solo fino a un certo punto, fino a quando non si trova qualcosa di meglio, di più solido. La tradizione non dovrebbe essere un freno.
Signor Oechslin, sappiamo che lei ha vinto il Prix Gaïa. Può dirci qualcosa del premio e della sua storia?
Il Prix Gaïa riconosce prestazioni fuori dell’ordinario conseguite nel campo dell’orologeria. Viene assegnato dal 1993 dal Museo Internazionale dell’Orologeria «L’homme et le temps» di La Chaux-de-Fonds ed è l’unico riconoscimento intersettoriale svincolato dai vari interessi particolari. Fra gli assegnatari ricordiamo ad esempio lo storico John Leopold, l’orologiaio François-Paul Journe e l’imprenditore Nicolas G. Hayek.
Il ricevimento di questo premio ha influito sul suo percorso professionale?
Di regola il Prix Gaïa rende omaggio all’opera di una vita. Occasionalmente viene assegnato anche a persone più giovani per le prestazioni ottenute fino a quel momento. Il Prix Gaïa non prevede premi in denaro, è una mera onorificenza. L’ho ricevuto con questo spirito nel 1995 per i risultati allora raggiunti come ricercatore e storico. Il riconoscimento ottenuto mi ha dato la forza di continuare a percorrere la via che avevo imboccato: tentare di coniugare artigianato e scienze umane. Oggi il Prix Gaïa è integrato da uno strumento di sovvenzione, la borsa di studio Julius Baer, assegnata tutti gli anni a un giovane talento dell’orologeria.
Cosa significa per lei «Care»?
Vale la pena trattare con cura la vita e l’ambiente. Ed è molto importante seguire principi come: «Non fare ad altri ciò che non vorresti fosse fatto a te». È un detto molto riflessivo, che impone di comprendere il nostro prossimo prima di stabilire una comunicazione con lui. Senza «Care» ci si rende difficile la vita.
Cos’è la passione?
Sofferenza. Sì, nel senso di sopportare. È una parola meravigliosa che rimanda all’interminabile fatica che può richiedere il raggiungimento di uno scopo.
Cos’è l’eccellenza, signor Oechslin?
Straordinarietà. Ciò che è straordinario è eccellente. Chi insegue la propria passione portando a termine qualcosa è straordinario. La maggior parte delle persone non lo fa e preferisce arrendersi all’accidia. Fare qualcosa di straordinario è in parte faticoso, ma anche facile. Io non sono un genio, ho solo sempre fatto cose che nessun altro aveva fatto. Quando si è da soli a seguire una strada, è facile essere straordinari.
Cosa si aspetta da una banca eccellente?
Un corretto rapporto d’affari nel quale dò naturalmente per scontato un alto grado di conoscenza e di professionalità. L’eccellenza nasce da un rapporto paritario, da un dialogo leale e dalla fiducia reciproca.